Alberta Levi Temin: la sua storia

24/01/14 ”Quel che è stato”, incontro con Alberta Levi Temin per ricordare gli orrori della Shoah

AVERSA.“Treni e treni di uomini, donne e bambini, stipati in carri bestiame, scaricati sulle rampe dei Lager ed avviati alle finte docce dove venivano uccisi con un gas letale”: fu questa la sorte che toccò ad ebrei e a coloro che rifiutarono le leggi razziali durante la seconda guerra mondiale.
Si svolgerà il 26 gennaio 2014 alle ore 17,30 la manifestazione pubblica in ricordo della Shoah “Quel che è STATO”, presso la Libreria “Il Dono” Piazzetta don Peppe Diana, Aversa.
L’iniziativa, promossa dall’Associazione Migr-Azioni, Associazione Convergenze – Libreria “Il Dono”, Presidio Libera “Zi GENNà”, Legàmi APS e Un forum per il Cambiamento, vedrà la partecipazione di Alberta Levi Temin testimone della persecuzione degli ebrei. Quest’anno anche Aversa contribuisce alla conservazione della memoria, tramandando tra i giovani il valore della pace contro ogni forma di intolleranza, odio e non rispetto della vita.
“Lavorare senza tregua per una umanità dove tutti gli uomini possano riconoscersi fratelli” con questo messaggio conosceremo la storia di una scampata all’opera distruttiva della dignità umana.
Alberta Levi Temin, nasce a Ferrara e in seguito, per sfuggire ai tedeschi dopo una prima retata ove furono presi 23 giovani ebrei, si trasferisce a Roma con la famiglia. Ospite di una zia dopo tre giorni arrivano i fascisti e portano via la madre, la sorella, gli zii e i cugini mentre lei si salva per miracolo. Contattato il padre riesce a nascondersi in casa di amici dove il giorno successivo furono raggiunte dalla sorella e dalla madre , scampate dalla deportazione nei campi di concentramento. Nel 1945 sposa Fabio Temin e si trasferisce a Napoli per lavoro. Conosce il Movimento dei focolari e con amici ebrei e cristiani fonda l’Associazione Amicizia ebraico-cristiana, una delle realtà più vive a Napoli nel dialogo interreligioso.
Alberta è considerata una delle maggiori testimoni del mondo ebraico e ha dedicato gran parte della sua vita ai giovani per raccontare loro i tanti orrori commessi durante la guerra mondiale. “Qualcuno ha detto che non era vero niente, che non era successo niente. Allora ho capito che dovevo raccontare, che avevo il dovere di far conoscere alle nuove generazioni quello che avevamo vissuto”. È da questa testimonianza Alberta diventa portavoce di quei milioni di uomini, donne e bambini che furono portati nei campi di concentramento e lì barbaramente uccisi.
“Rispetto per la mia cultura e per tutte le culture degli altri”: è questo il messaggio che ci lascia Alberta Levi Temin, scampata ai campi di concentramento e che attivamente lavora per diffusione della cultura della pace tra le giovani generazioni a favore del dialogo interreligioso e interculturale.

Alberta Levi, scampata ai rastrellamenti del 1942: «Così mi salvai dai campi di concentramento»
di Fabio Isman

La prima scampanellata dei nazisti, «preferisco chiamarli così invece che tedeschi» dice Alberta Levi Temin, 94 anni portati magnificamente e una splendida signora «è stata la notte tra l’8 e il 9 ottobre 1943, a Ferrara dove vivevamo: un questurino italiano e un soldato germanico cercavano il nonno Tullio Ravenna, morto da 22 anni; mettono a soqquadro la casa, perlustrandola tutta. Quel rumore delle scarpe chiodate io lo sento ancora». Quella notte, presero 22 persone. Due giorni dopo, è Kippur: una delle massime feste ebraiche. Compiuto il digiuno, «spiego che dobbiamo partire tutti. Papà tentennava, diceva: cercano solo i maschi da 20 a 30 anni».

IL 16 OTTOBRE
Lei racconta quanto indirettamente aveva saputo da un prete: «A Vienna, i nazisti avevano preso 40 ragazze ebree; le avevano offerte in premio a un reparto di SS, e l’indomani uccise». Il padre prende il cappello, e esce. La madre la rimprovera per la durezza: «Allora, le ragazze, io avevo 24 anni, di certe cose non parlavano». Papà torna, ma con i biglietti del treno. Fino ad Arezzo, per non lasciare tracce; «il supplemento per Roma l’abbiamo pagato in treno. Niente valige per non destare sospetti». Era il giorno 13. A Roma, stavano gli zii, che da tempo li reclamavano; il Po non era più sicuro. Nemmeno preavvisati. Via Flaminia, 21. Una stanza e un lettone, per Alberta, la sorella Piera, la madre. Papà va altrove: lo aiuta un commilitone della Prima guerra.
«Il 16 mattina, scampanellata. Prima che finisse il coprifuoco: non possono che essere i nazisti. Ma il rumore delle loro scarpe chiodate non potevo sentirlo di nuovo. La zia apre, urla: sono tedeschi». In camicia da notte, «esco sul balcone; mia madre chiude la porta finestra. Sentivo le voci: Komm, Komm, andiamo; mia zia Alba: no, non prendo la pelliccia, non andiamo mica a teatro. I nazisti erano due; ma da quanto urlavano, io credevo che fossero dieci».

IL VALZER
«Ero pietrificata. A un certo punto, l’altra porta del balcone, che dà sulla cucina, si apre appena appena; uno spiraglio; vedo una scarpa da uomo; li sento andar via e la porta d’ingresso chiudersi a chiave. Dopo, saprò che quel piede era di Giorgio, cugino amatissimo, finito a Auschwitz con i suoi: mi aveva aperto la porta, per non farmi restare in trappola». Di lui, le resta un’immagine: l’ultima cena non è solo quella di Leonardo a Milano. «La sera del 15, dopo mangiato, lui, al piano, suona un valzer di Chopin».

IL SALVATAGGIO
Da quella fessura sul balcone, lei rientra. «Mamma aveva lasciato a terra il volantino con cui i nazisti impartivano gli ordini: ho capito. Trovo le chiavi. Esco di soppiatto. Si apre la porta di fronte: il barone Sava aveva visto. Mi fa entrare. Falsifica i miei documenti, e da Levi divento Levigati. Mi fa telefonare a papà. Non spiego: gli dico soltanto esci e ci vediamo». I genitori e gli zii finiscono sul Lungotevere, Palazzo Salviati. «Gli zii dicono a mamma: a Roma nessuno ti conosce, non sei nelle liste degli ebrei, fingetevi cattolici senza documenti. Una voce indica: chi è cattolico vada nell’altro stanzone. Ma altri avvisa: se un ebreo prova a fuggire, 10 saranno uccisi. Mamma non ce la fa. Un’altra voce: i cattolici di nozze miste nell’altro stanzone. Mamma si decide. Intanto, ha già fatto uscire un biglietto per noi: ce l’ho ancora».
Mamma e sorella se ne vanno. Mancava un’ora al coprifuoco; unico indirizzo noto, quello del compagno d’armi del padre. «Sentiamo suonare; l’amico di papà, Di Santolo, ci aveva mostrato un soppalco in cucina: se qualcuno avesse suonato, dovevamo nasconderci. Lo facciamo. La voce dell’amico urla: sono la mamma e Bruna, che poi è diventata suocera di Amos Luzzatto».

NELLE SCUOLE
Tempi difficili. Documenti falsi. «Diventiamo la famiglia Nanni: ecco la carta d’identità». La pensione Patrizia è accanto alla scalinata di Piazza di Spagna: «Costava poco, non avevamo soldi». C’era un perché: mal frequentata, dice così: «due giorni dopo, una ragazza grida: c’è la polizia». Finisce la guerra; Alberta ritrova un ebreo ferrarese emigrato a Napoli, Fabio Temin. Le aveva già «fatto la corte», «ma io pensavo a una cosa combinata, e mi ero ritratta». Sono stati insieme 57 anni: cinque figli, 12 nipoti e 23 pronipoti come prova lampante che Hitler ha fallito. «Di queste cose, a lungo ho taciuto. I miei figli le hanno sapute già da grandi»: troppa pena a ricordarle, anche se «non odio nessuno».
Poi, ha cominciato a spiegarle nelle scuole: «Da quando esiste il negazionismo storico: prima, ce li hanno massacrati, ora li vogliono cancellare». L’ultimo anno, ben 19 incontri; «non voglio nemmeno i fiori, facciano beneficenza; ma devono venirmi a prendere»: nella splendida casa di Napoli, un panorama da spezzare il fiato, davanti c’è Capri: «Sento il tempo, mi accorgo che i figli invecchiano».
Era giusto 70 anni fa: la peggior tragedia italiana della Shoah, vituperio di Roma. «Penso ai troppi che ho perso. Essendomi salvata, mi sono sempre voluta occupare di cose sociali, ma da ebrea. Talora ho paura; mi chiedo: perché devo rivedere quelli lì? Vanno educati i ragazzi; ci sono ancora i diversi, di ogni tipo. Soltanto quando non ne esisteranno più, finiranno anche le guerre».

Alberta Levi Temin

25 Settembre 1919 nasce a Guastalla (RE) di Carlo Levi e Bianca Ravenna II° figlia / Settembre 1922 la famiglia si trasferisce a Ferrara, città di provenienza della mamma, Bianca Ravenna / Settembre 1938 Promulgazione in Italia delle leggi razziali, impossibilitata di iscriversi all’Università, insegna con il titolo di maestra alla scuola ebraica di Ferrara, in via Vignatagliata. / 12 Ottobre 1943 con la famiglia fugge a Roma / 16 Ottobre 1943 prima deportazione nazifascista , da Roma / 21 Ottobre 1943 carte false: Alberta Nanni nata a Bologna / 10 aprile 1944, all’Ospedale dell’Immacolata, a Roma, sotto il falso cognome Leonardi in Manni muore la mamma, Bianca Ravenna in Levi / 5 giugno 1944 gli alleati liberano Roma. Dopo 2 giorni via le carte false! / 14 Maggio 1945 Alberta e Fabio sposi: la vita comincia!

Fa parte del direttivo dell’ A.E.C. di Napoli dalla sua costituzione, ne ha ricoperto la carica di Presidente negli anni 1993 / 1997. Proveniente da Ferrara, scampata fortunosamente a Roma, il 16 ottobre 1943 alla I° deportazione ebraica avvenuta in Italia, nel maggio del 1945 giunge a Napoli sposa di Fabio Temin . In pochi anni la loro casa è allietata dalla nascita di cinque figli, ma Alberta trova egualmente il tempo per occuparsi di attività sociali e culturali, in particolare dell’ A.D.E.I., (Associazione Donne Ebree d’Italia.) e, come rappresentante nazionale di questa Associazione, è nominata nel direttivo del C.N.D.I (Consiglio Nazionale Donne Italiane) A Napoli , sempre come rappresentante dell’ A.D.E.I., ha partecipato alle attività del C.A.F.C. ( Comitato Associazioni Femminili Campane). Per molti anni non ha parlato della sua dolorosa gioventù, vissuta al tempo delle leggi razziali , che fra l’altro le hanno chiuso le porte dell’Università, e culminata con la tragedia della deportazione di tanti suoi cari. Quando negli anni ’90 si è osato negare il terribile accaduto, allora ha sentito l’esigenza di dare testimonianza di quanto aveva passato , per dar voce a tutti quelli che non possono più parlare., e per preparare i giovani ad accettare i diversi nel mondo globalizzato in cui viviamo. Ancora oggi e, come lei stessa dice, “finchè avrò fiato” , si reca nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle parrocchie, nei circoli colturali, nelle prigioni, ovunque sia invitata.

9 Febbraio 2004 riceve la Nomina: “ Cittadina onoraria di Arzano per l’impegno profuso e l’azione altamente benemerita costantemente svolta a difesa della cultura della non violenza, della giustizia, dei diritti umani e della fratellanza universale fra i popoli.” / 11 Dicembre 2006 Premio “Regione Campania per l’impegno profuso nella ricerca della Pace e l’intento costante finalizzato all’affermazione dei Diritti Umani / 28 Aprile 2009 Cavriago (R.E.) riceve il ” Premio per la Pace Giuseppe Dossetti IV° edizione, sezione singoli cittadini , per la sua testimonianza e il suo impegno per una società rispettosa della diversità e per la diffusione di una cultura di pace fra le giovani generazioni”. / 23 Maggio 2009 Centro “La Pace” di Benevento riceve il Premio “Fraternità- Città di Benevento”. / 25 Settembre 2009 in occassione del 90° compleanno, manifestazione presso il comune di Napoli.