Cesare Covino: “Belvedere Dido Guerrieri” Isola d’Ischia, Barano, Maronti, ci sono stato, oggi, 1° Febbraio 2016 – anno 3°

Cesare Covino, un Maestro di tutti noi, ricorda Dido Guerrieri, un grande uomo.

I ricordi sono faccende personali, individuali, intime perché appartengono alla sfera affettiva di ciascuno e spesso capita che essi eludono la nostra volontà e non si fanno gestire dalla nostra razionalità. Soprattutto quelli tristi, quelli melanconici. Quando meno te lo aspetti, i ricordi che non vorresti ricordare, ti assalgono all’improvviso, ti affollano la mente, te l’avvolgono come in una ragnatela e ti opprimono l’anima procurandoti un bel po’ di angosce. Ti salvi solo se riesci a distrarti con qualche interessante e piacevole attività.

Quelli buoni, quelli dolci, invece, ti vengono in soccorso, ti affiorano ogni volta che ne senti il bisogno o sei tu che volontariamente li porti a galla quando sai che ti servono, e questo, niente e nessuno te lo possonoimpedire.

Dido è per me un piacevole, allegro, salutare, dolce ricordo che mi affiora sovente durante l’anno, spesso quando più mi occorre, perché mi ricarica e mi aiuta a capire meglio anche cose che so già. Come adesso, ad esempio, come in questo periodo di fine gennaio 2016 in cui il mondo dello sport, e quello del calcio in particolare, ha le idee un po’ più confuse del solito: allenatori che volgarmente si azzuffano tra di loro, che si rimbeccano, sempre più che volgarmente, con arbitri, con giornalisti e coi tifosi; genitori che, scambiando le partite dei loro ragazzetti per campi di battaglia, non hanno altro pensiero se non quello di inveire in malo modo contro chicchessia o fanno a botte tra di loro; bimbetti che, ancora emettono vagiti, ma già si atteggiano e scimmiottano i campioni e sputano per terra e fingono di cadere e giocano in modo scorretto e poi esultano oltre misura se vincono e, sempre oltre misura, si affliggono e si deprimono se perdono con lacomplicità dei loro inetti istruttori ed il compiaciuto placet del proprio squallido contorno parentale.

Certo, si sono avuti spesso sconci atteggiamenti nello sport, ma credo che oggi sia più che già colma la misura e qualche cosa pure occorre fare. Perciò mi piace riportare, in questo terzo anno da che Dido ci ha lasciati, un pezzo strepitoso ed ironico del suo TACCUINO che è da insegnamento e monito per tutti quelli che operano nello sport ed ancor più per quelli come me che ancora pensano che un valore educativo allo sport può ancora essere accreditato. Ed ecco Dido che qui parla della partita:

“Nell’ora e mezza di guerra non c’è tempo di meditare su quanto sia impietosa la guerra stessa. Non ci sono santi, ci debbono essere vincitori e vinti. Non è un lavoro d’ufficio, questo, non c’è routine; non è lavoro d’artista, non ci sono pennellate di rifinitura; non è neppure una battaglia, dopo la quale a volte non risultano né vinti né vincitori. E’ una piccola guerra, dalla quale escono inevitabilmente trionfatori e sconfitti. La vittoria dà sempre e comunque una sensazione di esaltazione, di euforia, di leggerezza, di felicità. La sconfitta… eh, la sconfitta è come una ragnatela appiccicosa e schifosa che si attacca addosso, è una sensazione sgradevole, come quando dei vestito con abiti pesanti e all’improvviso viene un gran caldo e tu sudi e soffochi e magari sei in treno e sai che la doccia è lontana milioni di anni luce. La sconfitta è come una notte resa insonne da dolori lancinanti, allo stomaco, e tu non hai più pastiglie, è come la sete quando il frigorifero non funziona e dal rubinetto con l’acqua giallastra. Ma non è niente di più. Non è una tragedia, nessuno muore, nessuno è ferito gravemente. Si può pure rimediare ad una sconfitta, basta analizzarla con calma, capirne le cause, pensare e predisporre i rimedi. Possibilmente il giorno dopo, quando la mente è più fredda. Al massimo un’ora dopo la fine della partita bisogna tornare in sé. Dire: Ma io quando perdo divento pazzo, soffro come un animale ferito, non mi controllo. Se sei fatto così, amico mio, non vivrai a lungo. E neppure allenerai a lungo, te lo garantisco. E’ questione di scuoter via le ragnatele, di arrivare a casa e fare la doccia, di arrivare alla farmacia di turno e procurarsi le pastiglie, di sopportare un po’ di sete”.

Grazie ancora, Dido, e allora chiudo questo piccolo omaggio che anche quest’anno l’Isola d’Ischia, dal Belvedere, ti ha voluto dedicare con lo spiritoso omaggio, tratto sempre dal tuo TACCUINO, che hai voluto fare ai tuoi colleghi dove, con una parola sola, hai descritto alla perfezione il carattere e la personalità dei diversi allenatori. Posso dire che non ne hai sbagliato uno e, ce ne fosse bisogno, ciò, ancora una volta, dimostra tutta la tua grande intelligenza, tutto il tuo sottile acume:

Sales, l’educazione; Bianchini, la filosofia; De Sisti, l’agitazione; Mangano, la frenesia; Peterson, la pubblicità; Tanjevic, il dinamismo; Asteo, la sincerità; Nikolic, il pessimismo; Cardaioli, la furberia; Rinaldi, l’eccentricità; Primo, la diplomazia; Bucci, l’elettricità. Non vi ho dimenticati, è solo questione di rima Tau, Asti e Recalcati: dovevo inserirvi prima. Mi perdonerete forse, se vi offro senza malizia come a tutti gli altri colleghi, la mia stima e la mia amicizia!

Grande Dido, neanche noi ti abbiamo dimenticato!

Ischia, 1 febbraio 2016 Cesare Covino

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