Il Diario di Fonzy: riflessioni sulla fine della stagione del basket

È strano anche solo da pensare, sembrava ieri il primo allenamento, eppure la stagione di pallacanestro è finita. Questa è stata un esperienza che mi ha fatto maturare molto soprattutto sotto al piano umano, oltre che tecnico. Se riguardo il percorso che ho fatto, posso dire senza false modestie che sono orgoglioso di quello che ho fatto, sono fiero di come ho affrontato le difficoltá, superandole, contando soprattutto solo sulle mie forze, non essendoci dietro di me la mia famiglia. Si perché, nella maggior parte dei casi, i genitori tendono a mettere i figli sotto una campana di vetro, allora ogni difficoltá che vi si presenti, la devono risolvere loro al posto dei ragazzi, difficoltá che possono essere un professore che gli mette un brutto voto ad un compito o un coach che lo fa giocare poco.
Quando i problemi li inizi ad affrontare da solo, assumendoti le responsabilitá delle tue scelte e delle tue azioni, ti rendi conto che sei in grado benissimo di affrontare certe situazioni da solo, senza passare per mamma o papá, quindi in un certo senso capisci di essere forte, acquisisci autostima.
Parlando di pallacanestro, o comunque di sport in generale, ci sono due cose che invidio agli americani, la prima sono le strutture e la seconda la mentalitá.
La prima perché oggetivamente le strutture in Italia sono quelle che sono, soprattutto nel meridione. La seconda perché la loro è una vera mentalitá da sportivi, agli allenamenti sempre tutti presenti ed in orario, mai una parola di troppo con il coach, e di genitori che vanno a lamentarsi con l’allenatore perché il figlio non gioca non se ne sono visti mai.
L’esperienza di una partita di Varsity Basketball è molto vicina all’immagine che molti film americani lasciano passare, ci sono le cheerleader a bordocampo, la mascotte, lo speaker che annuncia il quintetto ed i cambi durante la partita, c’è la banda che suona all’ingresso in campo della squadra, l’inno nazionale prima della partita, le telecamere della televisione e le radio.
Devo ammettere che alle prime partite l’emozione è stata forte, non avevo mai giocato sotto gli occhi di cosí tante persone, e soprattutto non avevo mai ricevuto cosí tante “attenzioni” da parte dei tifosi, i ragazzi della student section infatti facevano un tifo incredibile per me, essendo una cosa speciale un ragazzo italiano che gioca nella squadra di pallacanestro, oltre che per la squadra.
Insomma, un esperienza che vale di gran lunga le difficoltá che la distanza da casa comporta, distanza che in certi momenti puó creare un po’ di nostalgia, ma alla fine tra un paio di mesi torneró alla mia vita napoletana, e guardando indietro non potró che essere felice ed orgoglioso di tutto quello che ho fatto in questo anno negli Stati Uniti!

Alfonso Varriale