Attività giovanile: partite reali e partite virtuali

Attività giovanile: partite reali e partite virtuali

22 Marzo 2017 0 Di dilorenzo

E’ un po’ di tempo che ragiono sulle partite e gli allenamenti delle squadre giovanili.

In realtà in una partita giovanile l’unica cosa che conta è ciò che si vede sul campo, le differenze mentali, fisiche e tecniche tra i singoli giocatori che portano al risultato, frutto del lavoro fatto in palestra con il coach, in cui la capacità individuale sviluppata da ciascuno porta un contributo alla squadra. Se non si sa attaccare la zona, perdendo tanti palloni per cattivi passaggi si deve tornare in palestra e lavorare meglio, con maggiore concentrazione, non deve essere un dramma, nessuno sbaglia intenzionalmente. La partita serve a programmare il successivo allenamento! Questa idea deve essere condivisa con i ragazzi per comprendere le aspettative di ciascuno, la coscienza reale dei propri limiti e definire una strada per crescere.

Ma purtroppo questa visione non è ben chiara: esistono altri due livelli da considerare, le aspettative individuali di ciascun giocatore ed allenatore, e quelle di genitori e persone fuori del campo che sono a contatto quotidiani con i ragazzi.

Il giovane giocatore molto spesso non ha reale coscienza dei propri limiti, naturali quando si è giovani. Limiti superabili solo con un lavoro costante e certosino in palestra, con grande concentrazione, in una estensione temporale variabile da persona a persona. La cultura del web fa pensare che tutto sia resettabile e raggiungibile con un clic.

Questo ragionamento deve essere fatto sia dai giocatori che dagli allenatori che devono avere una corretta visione per permettere ai ragazzi di crescere gradualmente in ogni aspetto. Nella mia esperienza ho imparato che quando qualcosa non va mi devo chiedere sempre cosa devo fare io per avere un approccio efficace per crescere.

Proprio da questo approccio nasce la necessità di aiutare a calibrare le aspettative esterne sui ragazzi, dei genitori e degli amici che spesso valutano ragazzi di 13/15 anni come giocatori fatti e finiti, ponendo su di loro e su tutta la squadra una pressione con un’ottica completamente sbagliata. Anche qui di due tipi, c’è chi colpevolizza il ragazzo e chi fornisce alibi, prendendosela con lo staff, con i compagni e con gli arbitri. Pochi quelli che sostengono i ragazzi lasciando loro vivere l’esperienza dello sport con la felicità delle vittorie e il dolore per gli insuccessi.

Resta fondamentale condividere con i genitori questa modalità per aiutare lo sviluppo della responsabilità individuale dei ragazzi, ma soprattutto impegnandosi fortemente a farlo noi allenatori, in primis!

Nessuno può predire, con certezza, il futuro di un giocatore, ma sicuramente lo si può fortemente limitare con errate pressioni. Il risultato è che ogni partita vinta o persa diventa uno stress non facilmente sopportabile dai ragazzi, deviandoli dall’essenza del gioco e da una serena crescita individuale, dove il basket è uno strumento per crescere come persone, non solo sul campo ma soprattutto nella vita.

E chiudo con un estratto della bella intervista fatta da Claudio Barresi ad Ettore Messina nell’ultimo numero di Playbook.

Sviluppare il talento di un giovane per costruire un giocatore di alto livello, cosa ritieni sia importante?

Superare il confitto di sempre, ovvero quello tra l’obiettivo di vincere le partite (fare bene adesso) e crescita nel tempo. Questo confitto vale per tutti e ognuno si regola come meglio crede. Spesso le passioni momentanee del momento ti impediscono di vedere meglio il futuro. E’ la grande sfida di tutti gli allenatori di settore giovanile.

Roberto di Lorenzo