#MandiViviBasket: Luca Domenicone, il capitano delle finali 2008, prepara i ragazzi per Udine

Luca Domenicone è stato il capitano della squadra under 17 che ha giocato l’ultima finale nazionale di Vivi Basket a Barletta. Ottimo giocatore, ha giocato in A1 con Franco Marcelletti che lo mandò sulle tracce di Terrell McIntyre, era il 2012 poi le disgrazie cestistiche di Napoli gli hanno probabilmente tolto l’opportunità di giocare ad alto livello. Da quattro anni si è dedicato alla Preparazione Fisica con la grinta e dedizione che lo contraddistinguono. Un simbolo per Vivi Basket!

Tu sei stato l’ultimo capitano di quell’Under18 che nel 2008-2009 centrò l’obiettivo delle finali nazionali, qual è la prima cosa che ti ricordi di quell’esperienza?

Le finali nazionali sono sempre un ricordo indelebile. Di momenti precisi non ne ho, ricordo il clima, quell’atmosfera. Sono ricordi indelebili perché vedi anche giocatori che poi vedi diventare grandi giocatori. Ricordo per esempio di avere marcato Niccolò Melli, insomma gente che arriva a giocare in serie A. Vedere che poi diventa giocatore un ragazzo che hai marcato alle finali nazionali è un ricordo che ti rimane. E insomma, giocatore o lo diventi tu o lo diventano loro. Il livello delle finali è sempre molto alto.

Come te la ricordi questa stagione, giocata e sudata per arrivare a questo traguardo?

A livello di organizzazione di staff è stato davvero incredibile, ogni giorno con sacrificio che non si ha idea eravamo tutti uniti per coordinare ogni dettaglio. A Napoli, rispetto ad altre regioni in cui si hanno più possibilità e strutture, abbiamo fatto tutti qualcosa di incredibile. Pensa che io mi portavo le valigie coi pesi dentro, da Giugliano a Napoli, per allenare i ragazzi… Insomma il lavoro di staff è stato impressionante e mi ha fatto crescere tanto, credo sia stato l’ulteriore valore aggiunto.

E quindi adesso si va a Udine per…? 

Io spero di riuscire a superare il girone ed entrare nelle prime otto. E poi tutto dipende da chi ti capita nella partita successiva.

Qual è secondo te il segreto per essere una buona squadra di basket?

Il lavoro di staff che ogni anno dagli errori del precedente migliora e va avanti. Nella squadra io da “capitano” trasferisco tutto ciò che ho da dare di esperienza: è lo spirito di unione, di sacrificarsi insieme, uno per l’altro, è quello che fa la differenza – da giocatore e da allenatore – che mi porto sempre dietro e che colleghi e compagni mi riconoscono e per questo mi stimano.

E qual è la caratteristica fondamentale per diventare un buon giocatore di basket?

Non esiste una caratteristica unica che fa un giocatore: la cosa essenziale è avere la testa. Sul fisico e sull’atletismo ci puoi lavorare, ma il giocatore lo fai se hai testa. E anche un po’ di fortuna.

“Il lavoro paga sempre, l’allenamento ti migliora”, qual è una tua frase che hai impressa e che usi spesso?

Ne ho parecchie, ma ti dico quella che ho usato sulla mia tesi di laurea, una frase di Jim Morrison “Sono nato senza chiederlo e morirò senza volerlo, almeno lasciatemi vivere come voglio!”

Qualificazione alle finali, cosa ricordi di quella sera e cosa hai provato e come hai festeggiato?

Mi aspettavo una partita punto a punto, ma vincere in maniera così netta, devastante, è stato entusiasmante. E i festeggiamenti, l’invasione di campo e “l’allagamento” del parquet (a base di spumante), infatti ricordo Roberto che asciugava il pavimento, esempio di un presidente che non si è fatto problemi a farlo.

Francesca Amendola