#MandiViviBasket: l’airone Simon

Simon Zollo, ha iniziato nella Flegrea Basket, gioca con Vivi Basket da quattro anni. Continua a crescere ma mantiene le sue caratteristiche da guardia play. Papà Aldo e zio Massimo, ottimi giocatori della Partenope, oggi professori universitari e scienziati di livello mondiale, mamma Anne-Marie, è Responsabile dei Progetti Internazionali a Città della Scienza, la sorella Margaux, gioca a basket in serie C, insomma una famiglia tutta basket e scienza.

Zollo gioco Ricordi di quest’anno: a quale sei più legato?

 Ovviamente a parte l’ultima partita in cui abbiamo vinto e ci siamo qualificati direi tutti i momenti al di fuori del campo, come trasferte, pranzi e cene tutti insieme, i viaggi e ogni giorno in spogliatoio. Ogni momento della squadra. Io sto con ViviBasket da tre anni, e anche l’anno scorso abbiamo avuto diverse trasferte lunghe, aiutano a legare tra di noi e a stare assieme.

 Qual è stato il momento per te più faticoso di questa stagione?

Col passare dei mesi, con gli impegni scolastici che si sommano la fatica si comincia a far sentire in genere a inizio anno, tra gennaio e febbraio. Quello è il momento in cui puoi fare un po’ fatica per la somma di impegni. Poi ci sono i momenti difficili di quelle partite storte, in cui la palla non entra, o qualcosa non va bene. Per esempio l’unica sconfitta, con Empoli, è stata una batosta, che però ci è servita a rialzarci. Negli ultimi anni ero io il più piccolo, ma ora siamo in molti ’99 e ci siamo trovati adesso tutti insieme, per andare a Udine. La maggior parte di questo gruppo è insieme da tempo e siamo molto legati.

Ora si va a Udine per…?

Per vincere e poter dare il massimo in campo, lottare su ogni possesso e provare a dare il massimo per andare più in fondo possibile. Il livello è altissimo e per competere ad alti livelli così dobbiamo dare tutto per 40 minuti.

Qual è per te la caratteristica principale che deve avere un buon giocatore di basket?

Penso l’etica del lavoro, la voglia di allenarsi sempre, tutti i giorni, la voglia di migliorarsi tutti i giorni. Il talento può essere un dono, una grazia ricevuta, ma deve essere coltivato, perché senza il lavoro tutto è vano.

C’è un difetto su cui vorresti migliorare?

Forse quando le cose iniziano a non andare nel verso giusto mi lascio troppo trascinare in negativo; nel basket, come nella vita, io penso sia una cosa caratteriale mia, e devo dire che era più evidente negli anni precedenti. Ci ho lavorato e mi sento migliorato, il coach per esempio mi ha sempre detto di partire prima dalle cose semplici, come la difesa. Il mettere tanta energia in difesa ti può aiutare a risolvere i problemi in attacco.

Cosa ti ha insegnato finora il basket?

Valori fondamentali come lo spirito di gruppo, lo stare insieme, sempre in maniera positiva e restare tutti uniti e non uno contro l’altro, e quando le cose vanno male a non abbattersi.

Stai frequentando il liceo scientifico; il basket secondo te, è uno sport scientifico?

Lo è teoricamente, perché da molti punti di vista il lavoro fisico ha degli aspetti che possono essere curati in maniera rigorosa e scientifica, però nella vita di tutti i giorni non vai a pensare alla parte scientifica, ma prediligi movimenti più intuitivi, magari che hai automatizzato. Hanno analizzato alcuni episodi in sequenze scientifiche da vari programmi americani: puoi analizzare in maniera scientifica ma quando giochi o reagisci ad una situazione di gioco lo fai dal lato intuitivo. Di scientifico forse c’è la ripetitività con cui rifai mille volte gli stessi movimenti per automatizzarli.

Campioni ed esempi di vita: chi sono i tuoi modelli di riferimento?

Oltre a mio papà e mio zio che sono riusciti ad arrivare a livelli molto alti nello sport e nello studio, infatti dopo il basket sono diventati professori universitari, posso dire che anche mio nonno è stata sempre una persona importante nella mia vita, ed è purtroppo scomparso da poco. Mi ha insegnato molto. Lui ci ha sempre tenuto al basket, è sempre stato molto appassionato e veniva a vedere le partite.

Intervista di Francesca Amendola