#MandiViviBasket: Roberto di Lorenzo e Vivi Basket verso Udine

In chiusura di queste interviste di presentazione della finale di Udine parliamo con Roberto di Lorenzo, fondatore, presidente e direttore tecnico di Vivi Basket.

Partiamo subito con una battuta: “Si va a Udine per…?”

Per presentare il progetto ViviBasket in Italia, la punta di un grande iceberg: il movimento giovanile campano. Siamo orgogliosi e vogliamo far bene!

La stagione regolare è conclusa e tra poco inizia la grande avventura, quella delle finali nazionali: facciamo un piccolo bilancio e anche qualche previsione per le gare e gli avversari che andrete ad affrontare?

Il bilancio dal punto di vista sportivo è assolutamente positivo, un bilancio che non arriva da questo anno solamente, ma si porta dietro i due anni precedenti. ViviBasket festeggia i dieci anni di attività, e tante volte abbiamo sfiorato queste finali, adesso ci siamo e ci stiamo arrivando con questo progetto molto strutturato. Il rammarico è che a Napoli fare sport che non sia calcio è molto difficile, per difficoltà economiche e organizzative. Per quanto riguarda una previsione su squadre e avversari che andremo ad incontrare: la prima partita è proprio contro una delle squadre favorite al titolo, l’Armani Milano, che solo per un incidente di percorso è finita seconda in campionato, ma è una squadra di altissimo livello. Mentre Siena è un’altra squadra di livello assoluto nel settore giovanile in Italia, in questi anni è rimasta sempre molto forte, inoltre in questi due ultimi campionati li abbiamo incontrati sfiorando il successo, e quindi ci portiamo dietro un po’ un senso di rivalsa nei loro confronti. Poi c’è Lucca, che arriva a queste finali dopo un cammino lungo, non facile, quindi con loro dovremo combattere, non dobbiamo pensare che sarà un incontro facile, ed è una una squadra – come le altre due – contro cui vogliamo provarci, fino alla fine. Il nostro obiettivo è sicuramente superare il primo girone, arrivare ai quarti e poi giocarcela tutta. La nostra squadra è dal punto di vista strutturale magari più piccola, ma abbiamo “12 giocatori 12”, tutti intercambiabili, giocatori che rendono al massimo nelle situazioni più difficili. In quelle gare da “o dentro o fuori” abbiamo fatto sempre ottime prestazioni.

Secondo te cos’è che trasforma una squadra forte in una squadra eccezionale?

Sicuramente l’amalgama, quella che ti fa mettere insieme testa e cuore, e tutto l’aspetto mentale ed emotivo e l’aspetto tecnico e fisico che ti portano ad arrivare a superare i limiti. Il valore di una buona squadra di pallacanestro non è la somma algebrica dei valori individuali, ma un valore superiore. Come dice Ettore Messina “La pallacanestro non è matematica, è musica!”

Qual è la cosa più importante che un coach ti abbia mai detto?

Mi viene in mente la partita che ci aprì le porte alle finali al titolo degli Europei del 1991: Giovanni Piccin era ai tempi mio assistente (poi per anni è stato in Nazionale A ed oggi lavora affianco al Presidente Petrucci). Stavamo giocando contro l’allora Jugoslavia e stava per iniziare il terzo supplementare di una partita che ci spianò la strada verso le finali del campionato europeo (poi vinto, Salonicco 1991 n.d.r.). Giovanni mi disse “Roberto sediamoci, è inutile preoccuparci, perché i ragazzi sanno cosa fare”. Infatti c’era una tale unione tra i ragazzi e la squadra era un movimento perfetto. Ecco, la cosa importante è riuscire a rendere autonomi i tuoi giocatori, renderli pronti per quel preciso momento. In partita, con la tensione di un supplementare o di un momento difficile, non puoi pensare di studiare chissà che, di voler cambiare le cose o chissà cosa, devi aver portato i tuoi giocatori ad essere in grado di saperlo fare da soli.

Cosa rende speciale un giocatore?

Il suo essere persona, relazionarsi con compagni, allenatori e staff, sapersi relazionare con le persone e fare tutto con estrema semplicità. Tutti i grandi campioni che ho avuto la fortuna di conoscere erano persone straordinariamente semplici. Lo fanno e te lo spiegano in maniera semplice. Michael Jordan faceva le cose più incredibili e le faceva con una naturalezza impressionante.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento, nella vita e nello sport?

Più di tutti il Prof. Amedeo Salerno, che mi ha accompagnato nella mia vita sportiva, da cui ho imparato l’arte di creare un network intorno alla società e soprattutto l’arte di mediare.

Chi mi ha fatto svoltare tecnicamente è stato sicuramente Pete Newell: lui ha vinto praticamente tutto, fu colui che sulla panchina Usa vinse Le Olimpiadi del 1960 a Roma, un grande coach e poi  allenatore individuale di giocatori. Personaggi così sono in grado di dirti cose semplici, efficaci, geniali, di una semplicità allucinante. Che ti fanno dire, è vero, è così facile!

 Un altro è sicuramente Ettore Messina, che mi ha dato tanto: siamo molto differenti di carattere ma la sua capacità di essere coerente e contemporaneamente geniale in quello che fa è una cosa a cui tendo molto, è fonte di grande ispirazione per me. Non sono simile a lui, ma gli sono incredibilmente legato.

Quali sono le tue esperienze di finali nazionali?

Ci sono arrivato vicino per lo meno sei volte, come allenatore, perdendo alla partita decisiva per poi arrivarci, alle finali nazionali, ero con il Napoli Basket, dirigevo il settore tecnico. È la mia prima volta, ci arrivo da presidente ma ci arrivo! In quegli anni era più difficile arrivarci perché ne passavano solo otto. E noi perdevamo sistematicamente all’ultima partita.

Qual è stato il momento in cui hai pensato che ce l’avreste davvero fatta?

Dopo Latina, la gara di andata, quando ho abbracciato Peppe Domenicone. Lì abbiamo capito che ce la potevamo fare. Loro erano una squadra forte, con impianto e struttura, noi siamo andati là e abbiamo dominato.

Qual è l’aneddoto clou di questa stagione?

Quando abbiamo festeggiato in palestra quei due onomastici e il lunedì successivo avevamo sei giocatori a letto per intossicazione. E stato prima della partita contro Empoli, e la squadra di Empoli è stata molto sportiva ad accettare lo spostamento della partita. A questa età la sportività conta ancora molto.

Qual è per te una “cartolina” di questa stagione?

La consapevolezza settimana dopo settimana che il gruppo era molto forte. Noi per un anno avevamo rincorso un giocatore forte che non siamo riusciti a prendere, ma poi ci siamo convinti delle capacità dei nostri. I nostri ragazzi sono cresciuti in maniera esponenziale e in campo hanno assunto ruoli importanti, e ancora tanti ragazzi ce ne sono che possono ancora venir fuori, frutto del progetto ViviBasket. 

Francesca Amendola